L’intervista da Alessandro Bertozzi sassofonista jazz di Busseto

 Diamo il benvenuto ad Alessandro Bertozzi, sassofonista emiliano che da Busseto, la terra di Giuseppe Verdi, e partito col clarinetto, approda alla scena jazzistica nazionale abbracciando un fiammante sax. Di estrazione e tradizione classica, storico e straordinario collaboratore dei più grandi artisti italiani di pop e non solo -fra questi citiamo Enrico Ruggeri, Gianni Bella, Marcella Bella, Marina Fiordaliso, Marco Masini, Drupi, Andrea Mingardi, Franco BaguttiAlessandro Bertozzi ci sorprende con produzioni dal jazz al funk interpretando con grande senso del gusto e uno stile impeccabili un sound d’oltreoceano sempre attuale. Questa maledizione chiamata “jazz” lo spinge a fare studi e collaborazioni di altissimo livello: dal perfezionamento con Paquito D’Riveira, alle collaborazioni con Hiram Bullock (nel disco Talkin’ back del 2003) ad affiancare come sideman artisti quali John Patitucci.

La più recente opera cui diamo il benvenuto, partorito dall’arte di Bertozzi, è il disco “Trait d’union” – Level49 2020- dove le sonorità jazz e afroamericane sono impreziosite da ricercati testi in lingua Wolof. Ma facciamoci raccontare un po’ della sua vita dal diretto interessato, che ci ha concesso una chiaccherata come si usa fra amici: rilassata, interessante e cordiale.

Ciao Alessandro, com’è nata la tua passione per la musica e il sax?

È nata ascoltando la banda del mio paese, Busseto. Mi affascinava sentire quei “tubi” di legno che facevano note diverse a seconda di come schiacciavi i tasti. E allora a 7 anni ho iniziato a suonare il clarinetto, anzi il quartino, un clarinetto più piccolo perchè nel clarinetto normale non arrivavo con le dita a chiudere i tasti.

Apprezziamo il tuo sound e la tua grande esperienza ascoltando suoni originali e molto personali. Siamo certi che il tuo grande talento è affiancato anche da altrettanto significative fonti di ispirazione: quali sono?

Sono molto varie. Per prima cosa essendo di Busseto, paese natale di Giuseppe Verdi, è da quando sono bambino che ascolto tanta melodia quindi mi viene naturale fare tante cose basate proprio sulla melodia, più che sull’improvvisazione fine a se stessa. Poi a 14 anni ho cominciato ad ascoltare musica dove la ritmica aveva molta importanza, come il funky o l’afro. Anche perchè le cose standard che ascoltavano tutti mi stufavano…

Com’è nato il tuo nuovo lavoro “Trait d’union”?

Il mio nuovo album è nato da un’esigenza personale: provare a fare qualcosa per unire le persone attraverso la musica, creando un suono che comprenda vari generi musicali. In questo momento di distacco e di mancanza di empatia credo ce ne sia bisogno. La musica è universale e può unire molto di più delle parole.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Come ti dicevo, i miei riferimenti sono tanti perchè ho ascoltato un po’ di tutto, non credo che la musica sia classificabile in generi diversi, per me esiste la musica bella e quella brutta, di qualsiasi genere sia. Per quanto riguarda lo strumento, ho ascoltato molto jazz elettrico che mi ha sicuramente influenzato. Herbie Hancock, Michael Brecker, David Sanborn o altri artisti di quel periodo li ho ascoltati molto di più che artisti della vecchia scuola jazzistica.

Come si diceva nella premessa, hai avuto sia grandi maestri che grandi colleghi al tuo fianco. Quali sono le tue collaborazioni?

Nella mia carriera artistica ho collaborato con molti artisti (John Patitucci, Randy Brecker, Hiram Bullock, Bob James e tanti altri sia italiani che stranieri) ma in questo periodo sento di dover starmene un po’da solo. Creare qualcosa insieme ad altri artisti è sicuramente prezioso e costruttivo, ma richiede molto impegno perchè il suono che si crea deve essere globale, dove ognuno mette la sua creatività. E spesso non è facile trovare il suono giusto.

Instancabile e sempre pronto a nuove sfide, raccontaci qualcosa dei tuoi programmi.

I miei programmi per il futuro sono molto semplici: suonare. In questo periodo si è fermata un po’ l’attività live ed è la cosa che mi manca di più, senza suonare mi spengo. Quindi stiamo organizzando uno spettacolo teatrale basato sulle sonorità afro/jazz di Trait d’union da proporre il prima possibile nei teatri.

da https://jazzreviews.it/interviste/alessandro-bertozzi-un-sax-che-fa-il-giro-del-mondo/

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