Roberto Menabò: la storia del blues italiano

Oggi leggiamo di un “incontro” speciale: ci concede il suo prezioso tempo e la sua spontaneità un esecutore di pancia, sostanza… ma soprattutto blues! Stiamo parlando di Roberto Menabò, autore compositore e musicista di blues, di grande esperienza e grande talento. Didatta e instancabile performer si è esibito sui palchi e nelle rassegne blues di rilievo nazionale. 

Oggi ci concede le sue parole e uno spaccato della sua vita personale ed artistica, oltre che delle sue ultime pregiate pubblicazioni, onorandoci della sua cortesia e stima.

Benvenuto Roberto, partiamo dagli inizi… com’è nata la tua passione per la musica?

Beh non saprei di preciso, forse è qualcosa nato con me, però mi ricordo che quando ero piccolo in casa avevamo una radio Minerva, di quelle grandi con sopra il giradischi dove giravano tanti 45 giri di successo. Mi ricordo di titoli come Passion Flower o Rosa d’Atene e i dischi colorati che venivano pubblicati con la settimana enigmistica che mio padre comperava metodicamente. Poi da adolescente è stato il suono della chitarra con il distorsore che mi ha ammaliato, e siamo nel 1968 e c’era il mondo del rock aperto e in fermento pronto da essere gustato da noi adolescenti cresciuti a suon di vinile.

Come è stato concepito l’album “The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions”?

Avevo voglia dopo tanti anni di un nuovo album però non mi decidevo mai perché preso anche dai tanti problemi extra musicali, poi da quando sono venuto a vivere sull’Appennino la vita più quieta e il verde hanno vinto la pigrizia e la titubanza e mi sono messo a pensare ex novo al concept e ai brani da inserire cercando di equilibrare in giuste dosi la mia passione per il blues acustico con quella della Primitive Guitar.

E “Il Profumo del Vinile”?

Era nato perché avevo voglia di rimettermi a suonare nei locali dopo che avevo smesso per un po’ di tempo e volevo presentarmi con un nuovo biglietto da visita, anche se poi il cd, nonostante avesse ricevuto delle buone recensioni non è stato molto conosciuto, ma erano altri tempi per le auto produzioni e i social non funzionavano come adesso.

Cos’è successo nel frattempo?

Mi sono sempre dedicato alla musica scrivendo anche quattro libri uno su John Fahey gli altri invece una trilogia di brevi racconti sulla vita dei cantanti di blues degli anni Venti e Trenta in America uno per i bluesman neri, un altro per le signore che cantavano il blues e l’ultimo per i cantanti bianchi che meriterebbero più attenzione.

Quali sono le tue influenze artistiche?

Il rock e il bebop, sono stati i due generi che ho mangiato avidamente da ragazzo e credo siano quelli che mi hanno dato l’imprinting, poi la scoperta più avanti del folk e del blues acustico degli anni trenta che non mi ha più abbandonato. Infine due musicisti su tutti: Mississippi John Hurt e John Fahey.

Quali sono le tue collaborazioni musicali?

Anche se suono prevalentemente da solo ho collaborato diversi musicisti blues tra cui Gianandrea Pasquinelli, Andreino Cocco e Dario Lombardo. Un concept che mi è sempre rimasto nel cuore è stato Memorie insieme al contrabbassista Roberto Bartoli in cui riproponevamo brani della cultura popolare italiana e di Giovanna Daffini in chiave blues e jazz o ancora il gruppo Refasol dedicato alla musica popolare emiliana.

Raccontaci di incontri ed esperienze che hanno segnato il tuo percorso musicale

Mah così è difficile ricordarsele tutte, anche perché ogni incontro con un musicista vero è sempre un arricchimento. Comunque, senza far torto a nessuno, ricordo di Cooper Terry che nei primi anni settanta venne a suonare ad Ivrea dove abitavo e dopo il concerto, io ero giovane giovane, a casa di amici suonai con lui qualche blues e mi insegnò come farti entrare dentro il tempo del blues, senza bisogno di contare o pensarci, ma come una cosa naturale automatica come il respiro.

Come stai vivendo da esecutore e persona questo periodo del covid-19?

Male, come tutti credo. A parte i problemi economici che sono fondamentali, mi fa rabbia che sia colpita in primo luogo la cultura, la gioia di vivere, le biblioteche, i musei, i cinema i concerti. E’ proprio una feroce aria di abbrutimento culturale, di solitudine e di un’ansia collettiva che sembra insinuarsi pericolosamente.

Quali sono i tuoi programmi futuri?

Poter fare ancora qualche concerto prima che le mani diventino completamente artritiche. Far girare e conoscere il albumdi cui sono soddisfatto, continuare a frequentare le tante belle persone che ho conosciuto nella musica in questi anni e pensare al prossimo disco…

photo credits: Antonio Boschi A-Z Blues https://a-zblues.com 

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