Filippo D’Erasmo ci viene a trovare con Le Sue Converse

Filippo D’Erasmo ci viene a trovare con Le Sue Converse

L’artista con cui parliamo in questo incontro, inizia fin da bambino a suonare qualsiasi oggetto gli capiti tra le mani, componendo melodie strampalate. Al compimento dei 15 anni, la sua prima chitarra. Da lì si unisce a varie band del territorio, assaporando la musica entrando in contatto con differenti generi musicali, con grande propensione alla sperimentazione e alla curiosità.

Oggi è un artista con un ricco bagaglio, che sta mettendo in campo con la promozione del suo nuovo lavoro “Le tue Converse”. Diamo il benvenuto a Filippo D’Erasmo, che con grande empatia e disponibilità, ci onora con le sue parole, tratte dalle sue esperienze e dalla sua eccezionale sensibilità.

Com’è nata la passione per la musica Filippo?

È nata in giovane età, sono sempre stato attratto da qualsiasi oggetto che emettesse suono, o spesso anche solo rumore. Il mio primo approccio fu squisitamente autodidatta, con una diamonica dentro cui soffiavo a casaccio, seguendo solo la guida del mio orecchio. Poi crescendo abbandonai temporaneamente la musica suonata (mai quella ascoltata), per poi riprenderla verso i sedici anni, con l’acquisto della mia prima chitarra.

E com’è nato il nome “Filippo D’Erasmo”?

Il mio nome d’arte nasce dal mio cognome “Filippo”, ovvero una parte di me, unito a “D’Erasmo”, qualcosa di romanzato, che mi crea suggestioni particolari. Mi piace l’idea che l’arte si possa fondare su un nucleo vero e reale e che a ciò si possa aggiungere qualcosa di fantasioso ed immaginario.

Come è stato concepito il singolo “Le tue Converse”?

Si tratta di una breakup song, una canzone nata da un’urgenza emotiva. Il testo mi è venuto di getto, buttare giù quelle parole mi ha aiutato ad elaborare una situazione dolorosa. Dal brano emerge una nota di rabbia, emozione che frequento poco, data la mia indole giocosa e mansueta.

E l’album da cui è estratto? Oppure è in cantiere un album che lo conterrà?
Prima o poi ci sarà un disco, i brani esistono. Ma sto lavorando con calma, non so se sarà un disco o un EP, comunque penso si parlerà del 2022: voglio avere il tempo per fare una cosa bella.

Raccontaci del tuo album “Canzoni Part Time”

Ho scritto queste cinque canzoni in un periodo della mia vita in cui vari aspetti erano da me vissuti “a metà”: il lavoro, la mia relazione, il mio rapporto con la musica, ad esempio. Diciamo che la sensazione di essere sempre al centro di due poli, che tirano da parti opposte, quella rimane. Nel disco si raccontano storie di rivalsa sociale, quali “Zion Shaver”, sfoghi personali come in “Milano, Ilaria e la Nebbia”, ma ci sono anche canzoni più oniriche ed erotiche come “Anna”, nonchè forme di auto terapia psicoanalitica, come “Norimberga”.

Quali sono le influenze artistiche?

Sono un bulimico di musica, ne ascolto davvero molta. Sicuramente i miei ascolti adolescenziali del grunge, del rock indipendente inglese e americano, delle prime band indipendenti italiane. Poi tutta la tradizione cantautorale italiana, e il pop contemporaneo dagli anni 2000, così come tutto il panorama indie e itpop.

Quali sono le collaborazioni musicali?

Sono autore e produttore dei miei brani, di cui curo la composizione e gli arrangiamenti. In fase di missaggio sto collaborando dal primo EP con Luca Grossi, mentre per questo singolo ho affidato il mastering a Simone Sproccati.

Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la musica?

In questa precisa fase della mia vita sento il bisogno di parlare di me, di cose semplici, in modo semplice. Non voglio veicolare nessun messaggio politicamente corretto per forza, sto ricercando la sincerità e la trasparenza, scavando nelle maschere di ipocrisia profonde che come esseri sociali ci portiamo dentro.

Parliamo delle pregiate esperienze di musicista, oltre che formative, e di esperienza on-the-road
Ho cambiato approccio rispetto a quando si girava in tour con la band. Lo scorso minitour del progetto D’Erasmo l’ho fatto in solitaria, con il mio chitarrino e con qualche diavoleria elettronica. Ti confesso che però mi manca l’esperienza di andare in giro con la band, e per le nuove uscite mi piace l’idea di girare con un gruppo spalla. Vedremo quali spazi si apriranno dopo l’emergenza sanitaria.

Come stai vivendo da artista e persona questo periodo del covid-19?

Sto lavorando parecchio in studio, cercando di mettere un po’ di carne sul fuoco. Vedo questo periodo come una sorta di preparazione al salto.

È stato un anno di inverno in attesa della primavera.

Quali sono i programmi futuri?

Ho meno utopie rispetto ad un tempo, e il Mondo ci ha mostrato quanto siano campati in aria i nostri progetti: basta un minuscolo virus per rimettere in gioco tutto quanto. Quindi ti dirò, al momento i miei programmi futuri sono quelli di mettermi nelle condizioni migliori per scrivere canzoni importanti.

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